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Ansia da prestazione e Sport

by Antonio Vaudo
Ansia da prestazione e sport LNF

Quanti prima di una gara hanno avuto l’ansia da prestazione? O meglio la famosa ansia pre-gara che a volte ne compromette i risultati.

ANSIA DA PRESTAZIONE. PREMESSA

Spesso sottovalutate, le reazioni emotive o psicologiche, catturano la nostra attenzione quando suscitano stati negativi o provocano condizioni indesiderate.

L’ansia da prestazione in particolare, è sicuramente tra queste.

Uno spauracchio per molti, anche se non per tutti, è tra le condizioni da imparare a gestire in concomitanza di una prova, gara o test che sia.

In questo articolo vorrei quindi iniziare una riflessione per capire meglio cos’è e come è stata studiata da parte della psicologia.

Iniziamo col dare una breve definizione:

l’ansia da prestazione si caratterizza per essere uno stato di intensa preoccupazione e nervosismo legato alla prestazione sportiva. Spesso determinata da anticipazioni sugli eventi, presenta diverse caratteristiche. Infatti l’ansia è un fenomeno a diverse dimensioni (Smith & Smoll, 1990) dove da una parte ci sono i pensieri, come le verbalizzazioni, le valutazione di sé e della situazione e su eventi futuri, il tutto con una connotazione negativa. L’atleta in pratica immagina più e più volte lo scenario peggiore, spesso in modo molto rigido. L’altra dimensione è invece quella fisiologica, con una serie di reazioni a livello corporeo tra cui, a titolo esemplificativo, l’aumento del battito cardiaco e il fiato corto. Ovviamente c’è una terza dimensione che è quella comportamentale, che comprende tutta quelle serie di segnali che comunicano (o tradiscono) lo stato d’ansia.

Va detto che l’ansia pre-test non ha su tutti il medesimo effetto.

Per alcuni, ad esempio, è come entrate nel mood giusto per essere pronti alla gara.

Comunque, però se è troppa, per tutti diventa un fattore di disturbo, dato che non facilita la concentrazione o l’esecuzione degli esercizi.

Se l’ansia diventa addirittura una costante e si generalizza ad altri contesti relativi alla pratica sportiva, può addirittura strutturarsi in un vero e proprio disturbo, con effetti molto negativi.

Il minore tra i tanti è l’abbandono della pratica.

In questi casi si passa dall’ambito del miglioramento della prestazione a quello del benessere dell’atleta.

È per questo che è importante conoscere e imparare come gestire l’ansia da prestazione.

Vediamo allora di tracciare qualche piccola linea per capire di cosa stiamo parlando e di come nel tempo sono evolute le conoscenze sull’ansia da prestazione.

Ansia da prestazione e sport

SFATIAMO I MITI SULL’ANSIA DA PRESTAZIONE

Partiamo da una considerazione doverosa: in generale l’ansia è cosa buona.

Perché?

Proprio perché segnala che siamo in presenza di un pericolo, e quindi in una situazione nella quale faremmo meglio a stare ben attenti.

Ovviamente, nello sport, il pericolo principale è di non riuscire a ottenere il tipo di prestazione che ci aspettiamo, di soddisfare le aspettative nostre o di altri.

Ma perché a un certo punto l’ansia diventa un problema per l’atleta?

Qui bisogna introdurre un mito molto importante per la psicologia e interessante per noi.

È la cosiddetta Legge di Yerkes e Dodson, detta anche Ipotesi della U inversa (Raglin, 1992) (traducendo letteralmente dall’inglese inverted-U hypothesis).

In estrema sintesi, studiando il comportamento di topini inseriti in labirinti, ai quali veniva insegnato a svolgere un piccolo compito di discriminazione e somministrato uno stimolo negativo, questi due psicologi, più di un secolo fa, tirarono fuori una relazione tra il livello di prestazione dei topini e il livello di attivazione neurovegetativa (Yerkes & Dodson, 1908).

ansia da prestazione curva a campana
Figura 1 la famosa curva a campana, versione semplificata della legge Yerkes e Dodson

Il concetto è molto semplice ed è rappresentato graficamente nella figura 1.

Di fatto, questa curva è presente su tutti i manuali universitari introduttivi nelle facoltà di psicologia e tutti gli studenti di psicologia prima o poi l’hanno vista e studiata.

ANSIA DA PRESTAZIONE, COSA SI DICE?

Che un incremento minimo di attivazione, corrisponde a un miglioramento della prestazione.

Le due continuano a crescere insieme fino a un certo punto. Dopo di che, al crescere ulteriore dell’attivazione, si entra nell’ansia e la prestazione diminuisce.

In parole povere, un livello medio diciamo di ansia (in realtà qui il termine corretto è arousal, tradotto con attivazione neurovegetativa) aiuta ad avere una buona prestazione.

Oltre certi livelli invece, la prestazione peggiora.

La curva a U inversa della prestazione atletica è una situazione sperimentata e osservata spesso da atleti e allenatori.

Ad esempio, può capitare che il livello di ansia sia molto basso e spesso si pensa che il livello di coinvolgimento nel tipo di prestazione sia basso, magari perché l’atleta è particolarmente sicuro di fare bene, oppure, perché il tipo di “test” non è poi così importante per lui/lei.

Altre volte invece l’insicurezza o l’importanza dell’evento sono tali da far salire l’ansia a un punto che poi è questa, e non la complessità del compito, che compromette la prestazione.

Ecco, questa ipotesi da conto di questi due aspetti e inoltre propone che esista poi un giusto livello di attivazione, una zona ottimale.

Fermo restando che la speculazione teorica è molto convincente e ha un utilità pragmatica anche per la teoria (Anderson, 1990), nei fatti le successive ricerche hanno messo fortemente in discussione, non tanto il razionale, quanto la correttezza delle affermazioni.

Cioè, quando ci si è chiesti se si registra effettivamente una relazione di quel tipo tra arousal e prestazione, con compiti o discipline o contesti diversi, non sempre i risultati sono stati congruenti con la Legge (Neiss, 1988).

C’è anche chi ha affermato che i risultati di Yerkes e Dodson erano stati male interpretati e che da nessuna parte i due avevano mai fatto riferimento diretto all’ipotesi della U inversa (Raglin, 1992).

C’è però voluto del tempo prima che le convinzioni legate alla legge venissero abbandonate o sostituite da una conoscenza migliore.

Nel frattempo, altri hanno cercato di capire come mai un fatto così chiaro e semplice nella pratica, non si conformasse poi con le registrazioni dei dati.

Sono stati così condotti studi per capire se altri fattori non presi in considerazione in precedenza potessero “aggiustare le cose”.

In particolare, sono riconosciuti in letteratura gli effetti di due fattori: il tipo di esercizio da compiere e il livello di esperienza dell’atleta (Cox, 1998).

Ad esempio, dato che già Yerkes e Dodson avevano notato un effetto dovuto alla difficoltà del compito, alcuni ricercatori hanno voluto studiare la specifica relazione tra discipline o tipologia di esercizi e i livelli ottimali di attivazione (Landers & Boutcher, 1986; Oxendine, 1970).

Ad esempio, attività che richiedono un grande controllo del movimento come nel caso del tiro con l’arco, venivano associati a livelli molto bassi di attivazione, al contrario la bench press con un’attivazione molto più alta.

In pratica, la calma zen per un compito che richiede estrema precisione, mentre fomentarsi fino alla furia per quelle esecuzioni che richiedono un’attivazione estrema.

È interessante notare ad esempio che in molte competizioni di Powerlifting, alcuni atleti cerchino di “caricarsi” prima di eseguire alcuni esercizi.

Anche in questo caso non tutti i dati sono concordi con questa versione dell’ipotesi, non consentendo di confermarla (Janelle et al., 2020; Raglin, 1992).

Cioè, se è vero che alcune ricerche confermano le previsioni dell’ipotesi, altre riportano dati che la contraddicono letteralmente (Furst & Tenenbaum, 1986).

Un’altra ipotesi interessante è quella che prende in considerazione la relazione tra l’esperienza dell’atleta e la capacità di sopportare livelli più alti di ansia (Cox, 1998).

In questo senso, il livello ottimale di attivazione per un esperto è più alto rispetto a quello di un novizio.

Anche in questo caso, il razionale che suggerisce questa ipotesi è l’osservazione diretta del fatto che atleti più esperti riescono a gestire meglio l’ansia ad esempio in gare importanti.

Di fatto purtroppo anche in questo caso molte ricerche hanno negato l’esattezza di questa ipotesi (Janelle et al., 2020; Raglin, 1992).

Ripeto che il concetto fondamentale esplorato in molte ricerche non è l’ansia quanto l’arousal, di fatto presente già dalla figura 1, di cioè in italiano di attivazione neurovegetativa.

Tanto maggiore è il livello di arousal, tanto più è possibile che l’atleta percepisca ansia, fino ad arrivare al vero e proprio panico, come rappresentato dalla figura 2.

Figura 2 del tutto simile alla figura 1, questa presenta delle differenze qualitative dei livelli di attivazione neurovegetativa

CONSIDERAZIONI FINALI

Ci sarebbero da fare molte altre precisazioni, ma di fatto, per il momento, in questo primo articolo è sufficiente dire che benché è prassi comune osservare una relazione diretta tra ansia e prestazione, è più difficile capire di fatto come le due siano correlate.

Forse la debolezza maggiore dipende dal fatto che vengono poco prese in considerazione teorie che permettono di spiegare come mai dovrebbe esserci questa relazione.

Anche se alcune esistono, sembra essere più importante il fatto, l’osservazione che teorie che permettano di spiegarlo (Janelle et al., 2020).

Altro elemento problematico è che pur comprendendo correttamente i dati e fissandoli in una teoria, come utilizziamo tutto ciò?

Ovviamente ai quesiti e ai problemi sorti, nel tempo tanti psicologi hanno cercato e dato delle risposte che nel tempo sono risultate più solide.

Allora nei prossimi articoli cercheremo di colmare quesiti e vuoti, in modo da capire meglio come gestire l’ansia da prestazione.

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