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Ansia nello Sport. E’ sempre negativa?

by Antonio Vaudo
Ansia nello sport LNF

Altro articolo sull’argomento “Ansia nello Sport”. Se vi siete perso il primo, dovete rimediare! E’ fondamentale capire questo argomento per essere padroni della propria Performance!

Quindi cliccate qui: Ansia da prestazione e Sport.

Come detto già nell’articolo linkato sopra, capire la relazione che intercorre tra le emozioni e in particolare l’ansia e lo sport, è fondamentale se si vuole padroneggiare sia la fase specifica di performance, sia la fase di preparazione. Infatti, la condizione emotiva giusta supporta e al contrario, quella sbagliata finisce per deteriorare tutte le fasi della vita di un atleta.

ANSIA NELLO SPORT. LE TEORIE

Parlando di ansia nello sport, come abbiamo visto in precedenza, un’osservazione molto palese l’ha fatta da padrona nei decenni passati e cioè che troppa ansia e la prestazione ne risente. Di contro, troppo poca e siamo autorizzati a parlare di disinteresse, con medesimo effetto deleterio sulla prestazione.

Il giusto livello di ansia, invece, aiuta l’atleta ad essere pronto e attivo per una prestazione migliore.

Queste osservazioni pratiche sul campo sono state definite nella teoria come inverted-U hypothesis.

Troppo semplice! Quando sono stati fatti degli studi a riguardo, non tutti i ricercatori si sono trovati con questa lettura dei fatti.

Non spiegava bene ad esempio l’enorme variabilità dei livelli di ansia percepiti dagli atleti (Hanin, 1978; Raglin, 1992). Molti autori poi si erano riferiti a questa ipotesi senza distinguere bene tra fenomeni e concetti diversi tra loro come ansia, stress e arousal.

Ma cosa ancora più importante, non teneva in considerazione che l’ansia è solo una delle tante emozioni che hanno effetto sull’atleta e la sua prestazione (Hanin, 2007; Robazza, 2006), mentre tutte le altre sono ignorate, ed è un errore non da poco.

“Quando a un certo punto ci si è resi conto che il modello offerto dalla inverted-U hypothesis non era sufficientemente esplicativo dei dati rilevati e dei fatti osservati, gli esperti hanno iniziato a cercare altre ipotesi e fare proposte.”

ANSIA NELLO SPORT: Individual Zone of Optimal Functioning

Tra queste una ne è emersa e, anche se forse non tutti gli psicologi la seguono, per me vale la pena discuterne e prenderla in considerazione.

Si tratta della cosiddetta Individual Zone of Optimal Functioning, proposta da Hanin nel 1978 in un articolo scientifico proprio sull’argomento dell’ansia nello sport (Hanin, 2007; Robazza, 2006).

Cosa sostiene questa teoria?

Numerosi sono gli assunti, ma prima e al centro di tutto, c’è l’idea che per ogni atleta esiste una zona di intensità di ansia. Un’area con un minimo e un massimo, una fascia entro la quale è favorita, cioè è più probabile che si verifichi, una performance di buon livello. Ma ancora di più, e qui sta la novità più importante, questa zona è individuale, cioè si differenzia da atleta ad atleta!

Così c’è chi ha questa fascia posizionata su valori più bassi, con la necessità di avere livelli di ansia meno elevati, e a chi è più proiettata verso valori più alti (Hanin, 2007; Raglin, 1992; Robazza, 2006; Ruiz et al., 2017).

ANSIA NELLO SPORT PRESA DA ACADEMY SPORTLYZER LNF
Figura 1,una rappresentazione grafica dei diversi livelli di attivazione per 3 ipotetii atleti. Foto presa da https://academy.sportlyzer.com/wiki/arousal-and-performance/individual-zones-of-optimal-functioning-izof/

È ovvio che si tratta di un passo molto ampio in avanti.

A questo punto, infatti, non si tende più a pensare che tutti gli atleti di una certa disciplina, di fronte a un compito come una competizione, debbano avere lo stesso livello di attivazione ansiosa.

Per esempio, nel tiro con l’arco, magari la maggior parte degli atleti ha bisogno di un livello basso di attivazione.

Poi però c’è quello che con alti livelli di ansia riesce bene e magari vince la competizione. Ne deriva che non è necessario lavorare affinché quell’atleta entri in una zona di ansia uguale a quelli dei suoi colleghi. Magari così come definita da qualche rilevazione o ricerca. Bensì che resti nel suo sclero, perché più probabile ci scappi la vittoria.

L’IMPORTANZA DEL SINGOLO CASO

Gli addetti ai lavori riconoscono che il merito principale dell’approccio sviluppato da Hanin è di essere idiografico. Cioè, Si basa sullo studio di casi singoli e definisce la struttura e l’organizzazione interna del singolo atleta tale da spiegarne il comportamento.

Come nel caso di una diagnosi in medicina, che risponde allo studio, l’osservazione e le analisi di un individuo specifico: il paziente.

E nel caso dell’identificazione della zona ottimane invece si procede con una valutazione delle emozioni pregara con l’atleta.

“La teoria che sta dietro la Zona Individuale di Funzionamento Ottimale, quindi, è calata sullo studio della condizione del singolo e delle emozioni provate.”

Bisogna dire che la teoria di Hanin è piuttosto complessa e ampia (Robazza, 2006). Non è necessario trattarla qui.

Non serve.

In ogni caso, vi rimando a una serie di documenti facilmente reperibili su internet, per chi è interessato, dato che troverete i riferimenti in bibliografia, a fine dell’articolo.

Mi fermo quindi a fare alcuni ulteriori riferimenti.

In particolare, per la teoria di Hanin non è detto che un’emozione generalmente negativa abbia per forza un impatto negativo sulla prestazione. Invece, anche le emozioni positive possono portare a una prestazione negativa.

La dimensione più importante appunto è quanto sia o meno funzionale l’impatto dell’attivazione emotiva, compresa l’ansia, sulla prestazione (Ruiz et al., 2017).

Faccio un esempio e capirete.

Prendiamo in considerazione la soddisfazione.

Anche se sembra più una sorta di affetto, si considera comunque uno stato emotivo.

Che impatto potrebbe avere sulla vostra prestazione prima di una gara?

Poi, pensate alle emozioni negative.

Ad esempio, la rabbia o il nervosismo. Chissà, forse queste possono essere per alcuni il mood giusto per entrare in gara.

“Da qui capirete ancora di più quanto sia fondamentale conoscere l’esperienza che ogni singolo atleta ha prima della gara o della prestazione in generale per capire se si trova nel mood giusto o meno.”

Quindi, per la teoria e anche l’approccio pratico, la dimensione più importante come detto è la funzionalità delle emozioni.

ANSIA, PERFORMANCE ED EMOZIONI

Infatti, ognuno di noi tende a sviluppare strategie per approcciare la competizione, e più in generale la disciplina.

Nel caso dell’attivazione emotiva, per l’atleta diventa fondamentale trovare l’insieme di emozioni tali per cui si riescano a reclutare tutte le risorse mentali e fisiche per sostenere l’esecuzione dell’esercizio (Hanin, 2007).

In pratica, se riesco e entrare nel mood giusto, quell’insieme di emozioni giuste, compresa l’ansia, mentalmente queste mi facilitano nello sforzo e nell’esecuzione.

Si dice quindi che sono funzionali/ottimali.

Quando le emozioni sono disfunzionali invece, l’atleta fa difficoltà a reclutare queste risorse e guidare il compito. Ma anche nel caso per gestire le forze tra un compito e un altro.

“Se si entra nel giusto mood, giusto secondo i gusti del singolo atleta, si produce uno stato mentale energizzante e organizzato che guida l’azione dell’individuo verso una performance ottimale.”

Qui una precisazione va fatta.

Prestazione ottimale non significa perfetta.

Lo stato in cui l’atleta entra non è il flow descritto da altri autori, in quanto questo rappresenta la migliore condizione mentale possibile.

Nella IZOF si parla più modestamente di stato ottimale. Inoltre, lo stato di flow è caratterizzato da emozioni esclusivamente positive, più altri aspetti che non sono contemplati in una condizione ottimale descritta dal modello IZOF (Hanin, 2007).

Per sintetizzare, il modello di Hanin si focalizza prevalentemente sul contenuto e la funzionalità dell’emozione. Il contenuto può essere o positivo o negativo, come già detto. Poi l’emozione può essere funzionale alla prestazione o disfunzionale. Ponendo tutto su un grafico, si generano dei quadranti dove si possono disporre emozioni positive funzionali/disfunzionali ed emozioni negative funzionali/disfunzionali.

CONSIDERAZIONI FINALI

Cosa resta da citare della teoria?

Io sono curioso rispetto a due punti.

Il primo è che è la valutazione del contesto fatta dall’atleta a portare all’attivazione del pattern emotivo giusto.

Le emozioni dipendono da ciò che la persona pensa, più o meno consciamente. Poi l’emozioni si tira dietro tutto il resto. Ma vengono prima le valutazioni.

Per fortuna perché è più facile portarle in parole/comunicarle(sele). E quindi saperle, riconoscerle e provare a modificarle (discorso molto più ampio). Ovviamente le emozioni sono tanto più forti quanto più salienti alla luce dei propri scopi/valori è il contesto.

Un ultimo assunto della teoria (per noi perché ce ne sarebbero molti altri) è che le dinamiche emotive tendono a strutturarsi nel tempo quando si ripetono. Cioè, un atleta che attiva di fronte a un determinato evento una data reazione emotiva, nel tempo aumenta la tendenza ad attivarla, cioè la facilità con cui si attivano quei pensieri e quelle emozioni.

Questo aspetto ha delle conseguenze pratiche non solo con atleti giovani e in formazione, ma anche con gli adulti. Per i primi in ottica educativa/pedagogica. Per gli altri in termini di ricondizionamento della risposta automatica (o simili).

In tutto questo vi siete resi conto che non si parla più solo di ansia, ma in generale di emozioni?

È una precisazione doverosa.

Anche Hanin si è reso conto che nel tempo la sua teoria si è spostata dal considerare prevalentemente l’ansia, al valutare l’insieme delle emozioni (Hanin et al., 2000).

E non solo.

Le emozioni infatti fanno parte di un quadro più ampio che se controllato, generano una strategia.

Qualcosa che può essere utilizzato in modo deliberato per favorire un risultato.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

Hanin, Y. L. (1978). Study of anxiety in sports. Voprosy psikhologii, 6, 94–106.

Hanin, Y. L. (2007). Emotions in sport: Current issues and perspectives. Handbook of sport psychology, 3(3158), 22–41.

Hanin, Y. L., Khanin, I. L., & Chanin, J. L. (2000). Emotions in Sport. Human Kinetics.

Raglin, J. S. (1992). 9: Anxiety and Sport Performance. Exercise and Sport Sciences Reviews, 20(1), 243???274. https://doi.org/10.1249/00003677-199200200-00009

Robazza, C. (2006). Emotions in sport: An IZOF perspective. Literature Reviews in Sport Psychology, 127–158.

Ruiz, M. C., Raglin, J. S., & Hanin, Y. L. (2017). The individual zones of optimal functioning (IZOF) model (1978–2014): Historical overview of its development and use. International Journal of Sport and Exercise Psychology, 15(1), 41–63.

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