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Autocoscienza e Sport. Essere padroni di sé stessi.

by Antonio Vaudo
Autocoscienza LNF

Volgarmente, si dice che l’autocoscienza è una sorta di padronanza di sé stessi. Quando il proprio io è cosciente di sé.

Questa è una definizione che si trova un po’ ovunque, ma è davvero così?

PREMESSA

Come psicologo conosco benissimo l’impatto positivo che l’applicazione della materia ha sugli atleti, soprattutto quando decidono di iniziare a fare sul serio.

Fortunatamente, questo fatto nel tempo è stato sempre più riconosciuto e oramai è di dominio pubblico.

Nonostante questo, c’è da una parte ancora molto pregiudizio, dall’altra ancora molta ignoranza.

Sul pregiudizio, non voglio trattare qui le ragioni che secondo me non riguardano solo il mondo dello sport, ma sono da attribuire alla popolazione in generale.

Sull’ignoranza, non posso che ammettere di averne anche io. Ma da un po’ di tempo ho iniziato a solcare il campo, il tappeto, il parquet ecc. e farmi le ossa.

Così, spesso mi ritrovo a pensare a tecniche specifiche, magari da insegnare. Quando ci sono delle tecniche è più facile: farsi capire e fare.

Più complesso invece è quando l’azione si sposta verso la parola. Sembrano solo chiacchiere e non si paga di certo per queste.

Nonostante questo, per me è sempre stato fondamentale prima di proporre tecniche, capire la teoria sottostante. La teoria è fatta di parole e ragionamenti, ma spesso è il risultato di anni di fatti.

Non solo. Ho sempre pensato che fosse fondamentale anche spiegare prima di fare. Scendere nei tecnicismi non è necessario, ognuno ha il suo ruolo. Dare i riferimenti invece sì.

Proviamoci allora con un concetto che io ritengo fondamentale per qualsiasi atleta. E lo dico a partire dalla mia pratica come atleta.

PARTIAMO CON L’AUTOCOSCIENZA

Mi rendo conto che non è di certo il tema più semplice da trattare.

Ma sono fiducioso sul fatto che, per chi fosse interessato, poco alla volta il concetto gli tornerà d’aiuto nella pratica, a ognuno secondo il suo. Partiamo quindi, dalla definizione.

Per citare Morin (2011):

L’autocoscienza si riferisce alla capacità di diventare l’oggetto della propria attenzione.

Immagino che per qualcuno, inizialmente, possa sembrare una menata da psicologi.

Che senso ha? A che mi serve?

Bene.

Provate a pensare a quante volte vi siete ritrovati a riflettere (occhio al termine e ai suoi molteplici significati) sui voi stessi durante l’allenamento. Ad esempio, mentre stavate eseguendo un movimento tecnico complesso, composto di più elementi.

Quante volte vi accade durante un allenamento?

Quasi mai? Suppongo.

Giusto?

Altrimenti…vi capita spesso.

Ecco questo modo di orientare la vostra attenzione e il vostro pensiero, è la base della coscienza e poi l’autocoscienza.

Gli studiosi, che complicano sempre le cose, distinguono tra aspetti diversi della coscienza.

E una prima distinzione è tra la coscienza di ciò che c’è all’esterno da me, da ciò che invece è all’interno.

Nel primo caso, la mia attenzione consapevole, è spostata verso tutto ciò che riguarda l’ambiente esterno.

Nel secondo caso, invece, è verso tutto ciò che origina da sé stessi. È questo secondo aspetto che per Morin, e tanti altri, si definisce autocoscienza appunto.

Ora, complichiamo un pelino la riflessione.

L’autocoscienza è definita un’attività meta.

Non metà, bensì “meta”.

È un prefisso che a scuola abbiamo ad esempio sentito dire quando avremmo dovuto studiare la metafisica di non so bene che. Ecco, non è fisica. È meta-fisica.

In che senso è un’attività meta?

Nel senso che nel nostro cervello, che ce ne rendiamo conto o meno, la percezione del movimento ci entra lo stesso.

Io percepisco i movimenti in ogni caso e il segnale comunque arriva alla corteccia del nostro cervello.

Quando però rivolgo l’attenzione a ciò che sto percependo, aggiungo un ulteriore livello di pensieri.

AUTOCOSCIENZA. DIVENTO CONSAPEVOLE DI CIÒ CHE STO PERCEPENDO.

Autocoscienza e Sport. Essere padroni di sé stessi. LNF

Come riusciamo a fare ciò?

Esistono mille teorie e non è semplice riassumerle qui, anche perché non serve se non a chi è fortemente interessato.

E per questi consiglio il libro di Di Francesco (2015).

Nel momento in cui scrivo questo articolo, un altro libro a riguardo sulla mia scrivania è “Il fiume della coscienza” di Oliver Sacks.

Troppo bello per non essere letto (2018).

L’unica cosa che voglio condividere qui, è l’idea di “istante percettivo”, idea di J.M. Stroud proposta negli anni cinquanta del novecento, citato a sua volta da altri autori (Crick & Koch, 2003).

Leggendo il meccanismo neuronale, proposto dai Crick e Koch per spiegare come si forma il contenuto di coscienza, si capisce quanto può essere complesso e quante risorse mentali possa assorbire.

Di fatto, secondo i due autori, si tratta di una collaborazione di più gruppi neuronali, presenti in aree diverse del cervello, la cui attività supera una certa soglia di attivazione e rimane attiva per il tempo definito da Stroud istante percettivo!

Quando scegliete di prestare attenzione a qualche aspetto del vostro esercizio, fatelo con saggezza perché ci sono risorse, tante, che potreste utilizzare a vuoto!

Il cervello, infatti, funziona con gli stessi carboidrati con cui fate girare i vostri muscoli.

Quali sono gli aspetti interni su cui posso rivolgere la mia attenzione?

Molti. E possono essere tutti fattori fondamentali sia quando ci si allena, sia quando si è in gara.

Esempi?

Emozioni, pensieri, preferenze, obiettivi, attitudini, sensazioni ecc. alcuni di questi elementi hanno una dimensione pubblica, cioè sono visibili a tutti.

Altri, invece, sono del tutto privati e quindi più difficilmente accessibili

. Pensiamo ad esempio alle emozioni che proviamo e a come queste si declinano secondo le due dimensioni.

Secondo Morin, ci sono una serie di corollari, cioè di aspetti derivati e conseguenti da quelli descritti prima.

Si tratta, anche in questo caso, di dimensioni legate all’immagine che abbiamo di noi stessi, cioè dimensioni del Sé.

Sono ad esempio: la Teoria della mente (ToM; fare inferenze sugli stati mentali di altri), l’autodescrizione, l’autovalutazione, l’autostima, l’autoregolazione, l’autoefficacia, il riconoscimento di sé e il dialogo interiore (Morin 2011).

Cosa accade quando iniziamo a diventare consapevoli di questi aspetti?

Una marea di cose.

Pensiamo anzitutto a cosa riteniamo di poter fare o meno.

Se sono in grado di imparare un movimento, di ottenere una prestazione o meno, dipende anzitutto da quanto mi ritengo in grado di avere successo.

Devo cioè compiere una valutazione delle mie possibilità e competenze.

E tutto ciò parte dall’autovalutazione, autostima e autoefficacia.

Sono tutti concetti fondamentali in psicologia, a prescindere dall’applicazione per lo sport.

E sono tutti dimensioni fondamentali per guidare la nostra pratica sportiva.

Pensate anche alla cosiddetta Theory-of-mind (ToM), che è la capacità di rappresentarsi gli stati mentali altrui e a quanto questa sia fondamentale negli sport di squadra, ma non solo. Perché in generale per tutti gli sport dove la strategia conta qualcosa, per anticipare quella dei nostri avversari bisogna lavorare molto di ToM.

Ci sono poi diversi livelli di autoconsapevolezza. Ad esempio, dopo aver finito di leggere questo articolo, sarete consapevoli della vostra capacità di essere auto consapevoli.

Si dice che c’è un certo grado di ricorsività nella capacità di riflettere su di sé, cioè posso tornare e ritornare sul contenuto del mio pensiero, generando più livelli di consapevolezza.

Secondo Morin, si chiama meta-autoconsapevolezza (!!!).

CONSIDERAZIONI FINALI

Va bene, avete avuto un bel po’ di pazienza a seguire fin qui il discorso e magari siete in attesa della ricompensa, di sapere il segreto per governare il vostro pensiero e ottenere migliori risultati. Ma non ho nulla da proporre nelle righe finali di un articolo.

Il discorso preso è in realtà molto generico e serve anzitutto a introdurre, secondo me nel modo migliore, una serie di considerazioni, mano a mano più specifiche e che troveranno spazio però in ulteriori articoli.

Finisco con alcune considerazioni sugli effetti del coltivare l’autoconsapevolezza e l’autocoscienza, cioè quelli che poco fa ho descritto come corollari.

Anzitutto la capacità di compiere valutazioni efficaci di voi stessi.

Come atleti, avete l’innegabile necessità di valutare le vostre competenze nel modo più accurato possibile.

Per questo, in modo naïve, vi ritrovate a fare osservazioni sulle vostre prestazioni o potenziali tali.

Anche solo seguendo la teoria proposta nell’articolo di Morin, si capisce che questo processo, se non svolto bene, può avere più effetti negativi che positivi.

L’autovalutazione, infatti, spesso si scontra con un sé ideale più grande.

E cosa accade allora?

Che si esce con le ossa rotte dall’autovalutazione, cioè tendiamo all’autocritica, che se motiva il cambiamento, è un bene.

Altrimenti, può portare a evitare l’autocoscienza, con strategie come la distrazione.

Un’altra competenza, o insieme di competenze, derivata è l’autoregolazione del comportamento, delle emozioni e della cognizione.

Consiste nella capacità di riconoscere il proprio stato o condizione e cercare di modificarlo nel modo più efficace o desiderato.

I processi richiesti per regolare le risposte com’è stato dimostrato, consumano risorse mentali al punto che dopo un certo punto, abbiamo serie difficoltà ad autoregolarci ancora.

Insomma, come visto, un concetto molto teorico e forse apparentemente astratto, ha in realtà una portata così vasta da meritare almeno un piccolo spazio di riflessione, ogni tanto o spesso, nella pratica sportiva.

In realtà, ci sono molti modi per coltivarla e anche in modo naïve potete poco alla volta allenarvi.

Io suggerisco almeno di farlo in modo sistematico, cioè programmando anche questa attività e perché no, chiedendo supporto.

In che modo?

Io consiglio la meditazione ma anche lo yoga.

Sono due metodi che consiglio per ragioni diverse ma che comunque conosco personalmente per gli effetti che hanno su chi li pratica, me compreso.

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