L’importanza di dove o come focalizzare l’attenzione, mentre compiamo un movimento o un’azione, non è un argomento a cui si da il giusto peso o la giusta rilevanza. Nel campo dello sport e della prestazione se ne parla pochissimo.

Questo è un argomento davvero particolare.

Per me non è mai scontato, come psicologo, definire quali sono gli ambiti di applicazione e le competenze della mia materia. E mi stupisco sempre, osservando quanti e quali sono e fino a che punto permettono di plasmare l’attività in generale, così come nell’ambito dello sport.

Per questo ho trovato interessante il materiale che vi presento e spero possiate apprezzarlo, anche se dovesse essere limitato nell’impatto sulle vostre attività.

FOCALIZZARE L’ATTENZIONE – FOCUSING

Faccio una piccola premessa.

Nella mia esperienza c’è molta meditazione. Ho iniziato 10 anni fa e ho provato diverse forme e tecniche direi di concentrazione più che meditazione.

Per questo quando leggo o sento parlare di focusing, la mia attenzione è subito catturata.

Stavo quindi leggendo un articolo presente sul sito della National Strenght and Conditioning Association che parla dell’argomento e sono rimasto sorpreso dai risvolti.

In pratica, ho iniziato a interessarmi al tema del attentional focusing, in particolare durante l’esecuzione del movimento e con la performance legata all’espressione della forza. Da qui, ho preso le mosse per cercare altri articoli, finché sono atterrato su uno pubblicato da David Marchant nel 2010 (Liberamente consultabile qui )

L’articolo si apre svelando il dato fondamentale, visto che non è un articolo in cui si presentano i dati di una ricerca, quanto piuttosto quella che tecnicamente di definisce una review di altre pubblicazioni. Quindi anche io ve lo svelo subito.

In pratica dice che focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti del movimento, migliora la prestazione in termini di forza e resistenza.

Che significa?

Banalmente che rivolgendo la mia attenzione a qualcosa di particolare esprimo più forza e aumenta la resistenza.

FOCALIZZARE L’ATTENZIONE A CHE COSA?

Effetti migliori, si hanno in particolare, quando si ricevono istruzioni (o ci si dà delle istruzioni) che portano a focalizzare l’attenzione sugli effetti del movimento o sull’oggetto su cui si applica la forza (Marchant, 2011), piuttosto che quando si ricevono istruzioni che rivolgono internamente l’attenzione. Ad esempio sul movimento degli arti o l’angolazione delle articolazioni.

Quindi, se io ascolto delle istruzioni nelle quali mi viene detto di osservare fin dove riesco a sollevare un determinato peso, esprimo più forza di quando mi viene detto di orientare la mia attenzione verso l’angolo di apertura della spalla.

Ripeto il passaggio fondamentale. Focalizzare l’attenzione è quasi banale, soprattutto quando si sta imparando un movimento, o lo si sta migliorando.

Ma qui c’è un’indicazione chiara.

Quando si danno istruzioni, è meglio fare riferimento all’esito esterno del movimento, a ciò che l’applicazione della mia forza produce sull’attrezzo, piuttosto che al movimento del mio arto, per esempio, o alla contrazione muscolare.

Ciò accade, secondo gli autori dell’articolo, perché focalizzare l’attenzione su aspetti esterni, produce una minore attivazione a livello fisiologico, prima di tutto cerebrale poi anche muscolare.

Interessanti sono le ipotesi sviluppate per spiegare gli effetti di questo fenomeno.

FOCALIZZARE L’ATTENZIONE SU EFFETTI INTERNI O ESTERNI?

In particolare, secondo Wulf (2001), porre l’attenzione su aspetti interni, ha un maggiore carico cognitivo, cioè consuma più risorse cognitive per controllare il movimento, e inoltre genera più artefatti o rumore nel movimento, cioè parti del movimento non necessarie.

È detta constrained action hypothesis (Wulf et al., 2001). È come se portare la consapevolezza sugli effetti interni (a noi) del movimento, distraesse l’atleta nell’esecuzione dello stesso, in modo da rendere questo movimento poco efficace ed efficiente. Mentre invece, la rappresentazione del solo effetto esterno del movimento viene automaticamente collegata al codice motorio sottostante (Marchant, 2011).

A questo punto l’autore fa una considerazione preoccupante.

Se infatti, questo modo di impartire istruzioni è correlato con una migliore performance, ci si può aspettare che naturalmente gli atleti e gli allenatori propendano per questa modalità. E invece gli studi svolti a riguardo ci dicono che gli atleti preferiscono concentrare la loro attenzione su aspetti interni e che ci sono poche evidenze che gli allenatori diano effettivamente istruzioni orientate sugli effetti esterni del movimento.

Le ricerche svolte in particolare da Wulf, ma non solo, hanno ampliamente dimostrato che porre l’attenzione su componenti esterne alla persona del movimento da compiere, ha effetti migliori in realtà su diverse dimensioni della performance. Mentre la review di Marchant (2011) è in particolare centrata sull’allenamento della forza.

LO STUDIO SUL CURL

Un esempio dei risultati di ricerca commentati nella review, sono quelli prodotti da Vance e colleghi (2004) rispetto alla forza espressa nell’utilizzo del curl.

In questo esperimento, la variabile misurata è il livello di attivazione muscolare tramite l’elettromiogramma, cioè il tracciato prodotto da una macchina che rileva l’attivazione elettrica dei muscoli.

Per semplificare, maggiore è l’attivazione del muscolo, maggiore è il consumo di risorse dovuto al movimento eseguito (ripeto, per semplificare!).

Vance e colleghi trovano che il livello di attivazione muscolare, sia nel muscolo agonista (bicipite) che antagonista (tricipite) è inferiore quando le istruzioni portano a focalizzare l’attenzione sul movimento del curl.

Ora, se fate attenzione a ciò che è stato scritto, qualcosa non dovrebbe tornare. Se ne siete già consapevoli, abbiate pazienza, altrimenti leggete oltre.

I risultati di Vance e colleghi, così come i risultati emersi in un ulteriore studio questa volta di Marchant e colleghi (2009), hanno rilevato che l’attivazione muscolare rilevata con l’elettromiografo era maggiore quando si davano istruzioni che portavano l’attenzione verso l’interno, cioè verso gli arti e gli organi del soggetto.

Una minore attivazione muscolare, invece, si aveva quando si davano istruzioni che portavano l’atleta soggetto dell’esperimento, a focalizzare l’attenzione verso l’esterno, ad esempio sull’attrezzo.

Tutto ciò consentiva nel secondo caso di esprimere più forza nel movimento, cioè ad esempio di sollevare un carico maggiore.

Paradossalmente quindi, una minore attivazione produce l’espressione di maggiore forza.

Assolutamente controintuitivo.

Ecco cosa dice in merito Marchant (2011):

“Focalizzarsi internamente risultava in un attività muscolare elevata che non veniva trasferita all’output motorio”.

Il meccanismo di attivazione motoria, quindi, non era in qualche modo congruente con il tipo di movimento richiesto.

Da qui si comprende anche il perché in un passaggio precedente nello stesso articolo, l’autore diceva che il risultato di un focus interno produceva più “artefatti” muscolari, cioè appunto contrazioni di disturbo a quella principale.

CONCLUSIONI

Se siete arrivati fin qui, ne avete avuta di pazienza.

D’altra parte, la cosa migliore è come al solito risalire alla fonte e leggere tutto l’articolo. Se vi interessa. Io andrei avanti ancora con i dati e le riflessioni. Ancora meglio passerei all’ipotesi che tenta di spiegare tutti questi dati. Ma forse in un altro articolo.

E allora qual è la conclusione?

Sapere dove spostare la propria attenzione, che sia in allenamento o durante una competizione, è talmente importante da fare la differenza quando devi esprimere il massimo grado di forza con i tuoi muscoli.

Inoltre, ciò che dici e ciò che ti dici, la dimensione prettamente psicologica di tutto ciò che si attiva attorno alle parole e ai pensieri sottostanti, orienta la tua attenzione, quindi attenzione a cosa diciamo.

E abbiamo trattato solo superficialmente l’aspetto di ciò che dici o ti dici e la sua connessione con l’attenzione.

Di fatto ci sono diversi studi a riguardo e qui non c’è ulteriore spazio per trattare questo argomento.

Antonio Vaudo

About Antonio Vaudo

Antonio Vaudo, nato e cresciuto tra Gaeta, fino l’adolescenza, e Roma, negli anni successivi. Professionalmente nasce psicologo ancora prima di svolgere gli studi all’università e contemporaneamente sportivo, fin nelle viscere. Con la maturità inizia a coltivare una passione per la corsa. Ma anche per la meditazione e la consapevolezza corporea. Pratica da anni la meditazione Vipassana, dopo un periodo di formazione alla Sapienza, e lo yoga. Come psicologo sta terminando la specializzazione in psicoterapia ad approccio strategico breve, dove ha conosciuto il TA e l’ipnosi come tecnica di esplorazione dell’inconscio. Si avvicina al Crossfit nel 2019. Una sua convinzione è: “Ho imparato tante cose nella vita e una che vale la pena insegnare: abbiamo tutti bisogno di maestri, di guide. Sempre!”

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