PROGRAMMARE LA FORZA: UN APPROCCIO CULTURALE

Il testo che segue è frutto di pensieri elaborati in libertà. Direi con molta libertà. Sono partito da presupposti, come vedremo, strettamente connessi ad una materia che “apparentemente” non ha niente a che vedere con l’allenamento, con la programmazione di una scheda: l’antropologia medica.

Mi sono proditoriamente servito della mia disciplina, per attirare l’attenzione sull’importanza della comunicazione e della parola.

Spero che non vi annoierete.

E’ un testo che definirei indirizzato quasi esclusivamente ai coach, agli allenatori. Ciò non toglie che possa essere letto e criticato da chiunque. Vi chiedo solo di avere la pazienza di leggerlo.

Rispondo delle mie parole e sarò felice di affrontare in maniera costruttiva le possibili critiche.


CHI E’ L’ANTROPOLOGO?

Spesso mi chiedono di cosa si occupa un antropologo. È una domanda tremenda da affrontare.

Le risposte sono nebulose, anziché portare chiarezza contribuiscono esclusivamente a rendere più complicata la comprensione di un lavoro che, ahimè, è spesso, e non per demeriti suoi, ai margini del mainstream culturale.

Un antropologo, si occupa di studiare i differenti modi in cui i gruppi umani affrontano le necessità e i fatti della vita. Per farlo, solitamente viaggia e vive temporaneamente al di fuori del suo solito contesto sociale, cercando di apprendere il più possibile del luogo dove si è trasferito.

Successivamente, per dirla con le parole di Clifford Geertz, scrive.

Trasferire i suoi pensieri e le sue osservazioni in un testo comprensibile è il passaggio più importante del suo lavoro. Detto altrimenti, l’operazione di traduzione delle osservazioni compiute, in un linguaggio accessibile e condiviso nella sua società, l’etnografia, rappresenta il culmine e la consacrazione, o il fallimento del suo lavoro.

Le questioni squisitamente epistemologiche che stanno dietro a tutto ciò, OVVIAMENTE, non troveranno spazio in queste riflessioni.

Vorrei invece spostare la vostra attenzione sul fatto che io abbia sottolineato alcune parole.


ACCESSIBILITA’ E CONDIVISIONE

Accessibilità e condivisione sono il fondamento della comunicazione sociale.

Attraverso la parola, accessibile a tutti perché possa essere compresa, e condivisa, perché permeante la società in ogni spazio, fino al più impensato e distante, si trasmettono SIGNIFICATI, vale a dire le componenti fondamentali di ciò che ci rappresenta in quanto membri di una particolare società.

Io sono stato prima un adepto della ghisa, che un antropologo. Mi sono innamorato dei pesi a quattordici anni, un po’ più di quaranta primavere fa.

Piccolo e gracile sentivo il bisogno di far emergere aspetti di me che non intendevo tacere. Mi costruii il primo bilanciere con un tubo di ferro infilato dentro due blocchi di cemento, che avevo ricavato da due fustini di cartone, quelli che contenevano il sapone in polvere della lavatrice.

Poi con gli anni mi sono un pochino evoluto, (non tanto) ma lasciando inalterata una passione viscerale per l’esercizio fisico.

L’amore per lo studio, che non gli era secondo, è sopraggiunto più avanti, quando, forse, la mente indiavolata del ragazzo ha lasciato il passo a quella più riflessiva dell’adulto. Mi sono laureato ed ho conseguito un dottorato di ricerca, appunto in antropologia culturale.

Mi sono poi specializzato in antropologia medica che affronta, perdonerete l’estrema banalizzazione, il modo in cui in differenti contesti sociali le persone affrontano e tentano di risolvere il proprio rapporto con la malattia, con il proprio corpo.

Una cosa che mi ha sempre colpito, in questo settore specifico, è stata l’apparente distanza dal nostro modo di vedere il mondo, di alcune pratiche mediche, meglio, metodologie di cura, basate sull’uso della parola, del gesto, della ritualità.

Il confronto con la biomedicina, non potrebbe sembrare che paradossale. In effetti, la componente scientifica, razionale (per quel che questo termine può significare) chimica, della medicina occidentale, tutto parrebbe, tranne che assoggettata essa stessa a pratiche simboliche, dense di formule “magiche”.

In realtà, come vedremo non è così.


PROGRAMMAZIONE E CURA

NARRAZIONE

Per introdurre le mie riflessioni sul parallelismo fra programmazione dell’allenamento e efficacia simbolica della cura, mi avvarrò di tre differenti esempi tratti dalla letteratura antropologica.

Il primo di questi si basa sulle riflessioni di Byron Good, medico e antropologo statunitense, che si reca in Turchia al seguito di un gruppo di ricerca sovvenzionato dalla Ciba-Geigy che cerca di capire, perché nei paesi del Terzo Mondo, la cura con farmaci contro l’epilessia, non abbia successo.

Il resoconto di Good si basa sull’analisi di interviste a pazienti che descrivono il proprio malessere sulla base delle categorie semantiche più opportune, per evitare di essere inseriti, loro malgrado, fra coloro colpiti da malattie socialmente stigmatizzanti.

Quello che emerge con forza è che nelle parole dei pazienti, è il caso di Meliha Hanim, il racconto non è semplicemente quello di un trauma e dello svenimento successivo, sintomi caratteristici dell’epilessia; anzi è quello di una fuga non chiara nel suo svolgersi, forse un rapimento, un matrimonio contro la volontà del padre e il rischio della vendetta di quest’ultimo, e infine, una lunga vita di malattia.

In questa evoluzione narrativa, la trama tende ad essere non definita: sia perché le cause non sono chiare, sia perché il racconto non termina con una soluzione, ma con la speranza di soluzione – guarigione. La sofferenza si colloca nel campo delle relazioni sociali, in particolare nella dinamica della politica familiare Turca. In questo modo le narrazioni di malattia svolgono la funzione di parafulmine di relazioni sociali in conflitto.

Così lo “svenimento” condensa una rete di significati: esperienze traumatiche della paura, della perdita; espressioni di sofferenza e preoccupazione; attacchi da parte di demoni.

L’antropologia medica che mette al centro del proprio discorso la “narrazione” delle esperienze di sofferenza può, in questo modo, tracciare un quadro culturalmente significativo delle relazioni sociali in atto in un determinato contesto.

RITUALE

rituale

Il secondo caso che vi propongo, sperando di annoiarvi tantissimo, riguarda l’interpretazione che Claude Levi-Strauss, (di lui avrete probabilmente sentito parlare) fornisce in merito alla presa in carico del parto e della partoriente, preso il popolo Cuna, di lingua chibcha, presente soprattutto in alcune isola di Panama.

Dopo aver studiato i documenti relativi alle cure magico-rituali presso i Cuna, Levi-Strauss pubblica una prima volta in un saggio del 1947, le sue riflessioni relative all’efficacia simbolica.

Il grande antropologo francese analizza un lungo canto, una nenia, si direbbe in modo più comprensibile, che lo sciamano utilizza per favorire il parto difficoltoso. l’obiettivo di Levi-Strauss è quello di spiegare l’efficacia delle cure sciamaniche, ossia la modalità attraverso la quale un rituale, fatto di gesti e parole, si traduce in effetti fisici che determinano la guarigione, e di individuare gli anelli di congiungimento che permettono il passaggio dal piano simbolico-rituale a quello psicologico del paziente, per riverberarsi poi sul piano fisiologico.

Nello specifico, le parole del rituale servono per tradurre il dolore, all’apparenza non comprensibile, della partoriente, inserendolo in un contesto di significati che appartiene al portato mitologico di quella società: in altri termini, decifra un dolore in un modo da renderlo sopportabile.

L’IGNOTO

Il terzo caso, che in qualche misura ci è forse più vicino, riguarda l’approccio alla cura di alcune malattie mentali sofferte da emigrati italiani, provenienti dalle regioni meridionali e residenti in Svizzera. Per comodità, ma soprattutto perché la breve nota è talmente chiara che non necessita di semplificazioni, citerò direttamente un brano del testo della ricerca, pubblicata da due etnopsichiatri, Michele Risso e Wolfgang Boker, “Sortilegio e delirio: psicopatologia della migrazione in prospettiva transculturale”. Nei nostri pazienti le difficoltà di adattamento all’estero e i conflitti di ambivalenza, hanno portato ad una inquieta tensione che, per la sua natura enigmatica, risulta insuperabile. Soprattutto nel gruppo dei malati in fase acuta, si rivela come “ciò che è oscuro ed inquietante si accumuli al confine della coscienza e poi venga a scaricarsi allorché un agente culturalmente abituale, che agisca dall’esterno, entra nella loro immaginazione. Questo agente deve essere qualcosa di sensorialmente accessibile; di regola, nelle situazioni psicologiche descritte nei nostri pazienti, proviene da una donna. La fattura, elemento tradizionalmente consueto, si offre come una possibilità di razionalizzazione del crescente carico psicologico interno. Il mondo magico offre, da una parte, sicurezza nel pericolo e protezione dalle sinistre minacce dell’esistenza, dall’altra preclude una efficace elaborazione della sofferenza. Se è vero che agisce come istanza protettiva onnipresente, agisce anche come blocco paralizzante, perché delimita rigidamente l’orizzonte di questi meridionali e preclude un superamento diverso, più libero ed attivo, dei compiti e dei problemi dell’esistenza. Con ciò si può, in parte, anche spiegare l’arenarsi di questi uomini nella rassegnazione al proprio destino”.


DIALOGO

In tutti e tre i resoconti, spero vi apparirà con chiarezza, esiste un elemento caratteristico e comune: la comunicazione verbale, l’uso della parola quale elemento fondamentale della cura.

Per i dubbiosi, gli illuministi tout court, il deficit legato ai risultati della bio-medicina, quella che si basa esclusivamente sulla presa in carico del sintomo, e non del paziente nella sua complessità, sta proprio in questa mancanza di dialogo.

Spesso bastano due parole dette in un certo modo, per trangugiare anche la più amara delle medicine, e farla funzionare. In un film del 1991, Un medico, un uomo, con William Hurt nella parte di un dottore spocchioso, arrivista e poco socievole, la malattia che lo colpisce, un tumore che per sua fortuna si risolverà dopo un ciclo di cure, gli fa comprendere cosa significa essere dall’altra parte, quanto sia importate farsi carico dei problemi, del vissuto dei pazienti, affinché le cure, la chemioterapia, possano funzionare in un modo diverso. Si badi bene, non ho sostenuto da nessuna parte che con le parole e il dialogo si guarisce di più e meglio.

Quello che l’antropologia medica ci suggerisce è che il benessere, l’essere compresi, -sia nel senso di capiti, che in quello più empaticamente caratterizzato, confortati nel proprio essere pazienti- statuto che non necessariamente coincide con la guarigione, sia un processo ineludibile nel percorso di cura di una persona.

È lecito, a questo punto, che parecchie sopracciglia si incurvino dubbiose, e che vi stiate domandando dove stia andando a parare. Che c’entra tutto questo con il coaching, con le tabelle?

Vi chiedo di riflettere su una cosa: cosa fate quando preparate una scheda? A quale richiesta si sta rispondendo?

Metaforicamente un coach è un medico che cerca di risolvere un problema ad un paziente.

Il problema può essere legato alla richiesta di aumento della forza, del volume dei nostri muscoli, della velocità nello sprint, insomma, avete capito, alle richieste di miglioramento che un atleta, legittimamente, si aspetta di trovare da uno che possiede competenza.

Quanto più questa competenza è riconosciuta, tanto più ci si aspetta che il risultato dell’intervento del coach risponda a determinate specifiche.

Ora pensate ad un medico, un classico luminare.

Un tempo, quando il dislivello culturale era molto più ampio di adesso, la componente DIALOGO era sublimata dalla figura retoricamente ammantata di potere -quasi magico- del dottore, che dall’alto della sua sapienza, dispensava la ricetta e il farmaco risolutore.

Quando gran parte di queste certezze sono venute meno, anche l’efficacia della cura -ferme restando le istanze provenienti da situazioni sociali “particolari”- ha dovuto fare i conti con nuove e più difficili prese in carico.

Oggi, con la grandissima disponibilità di materiale reperibile su internet, qualsiasi ragazzo, con un minimo di competenza, potrebbe dedicarsi alla cura del proprio allenamento, se non ha pretese -spesso irrealizzabili- di diventare the strongest one.

Il nesso, al di fuori della metafora, fra l’antropologo medico e il coach, lo si può comprendere meglio se intendiamo l’allenamento della forza -un settore specifico, ma preso a caso, qui – come una sub-cultura.

Nel nostro settore la condivisione di parole, di significati, è fondamentale. Il linguaggio tecnico possiede la caratteristica fondamentale di valere in un determinato contesto, e solo in quello.

Sbagliare la comunicazione significa, in quel caso, mandare a quel paese mesi di lavoro. Imparare ad ascoltare è l’obbiettivo, per migliorarsi in maniera esponenziale.


COMUNICAZIONE COACH ATLETA

comunicazione coach atleta LNF

Succede con molta frequenza che un atleta abbia bisogno di indicazioni precise per ottenere il massimo dalle informazioni che provengono dal suo coach. Informazioni differenti, inviate in un codice comunicativo non condiviso, e pertanto non comprensibile, possono spesso causare mismatch, cioè errori, incomprensioni e mancati raggiungimenti degli obbiettivi prefissati.

La chiarezza è un dovere del quale non si può fare a meno. Il compito di ciascun coach è quello di creare una corretta comunicazione con i propri allievi, condividere con loro un messaggio che sia in grado di fargli capire lo scopo della fase della programmazione. Spesso succede che due persone, “coach” e allievo non si incontrino.

Se ne imputa la responsabilità a problemi di ordine psicologico, spesso banalmente interpretati con simpatie non corrisposte, ma la psicologia non c’entra niente. La mancanza di comunicazione è alla base di ogni errore. La psicologia, in un secondo momento, può intervenire per alleviare queste distanze, mitigare il problema della poca comunicazione, tentando di porre in un’altra ottica le decisioni prese dall’alto, dal coach.

MA, e il ma è grosso come una casa, se non c’è condivisione totale del linguaggio, inteso come sistema comunicativo, ad ogni livello, la possibilità di fallimento è dietro l’angolo. Non è il programma in sé che fa la differenza: ne fa di più se l’atleta comprende il messaggio e si adegua alle istanze del suo allenatore.

NON-COMPLIANCE

In medicina si parla di non-compliance quando il paziente, deluso dalla distanza percepita con il medico, oppure se ritiene di essere guarito prima del tempo o in altre particolari circostanze, sospende in maniera autonoma la cura prevista. Esiste la non-compliance anche nella pratica dell’allenamento, ed è spesso la causa di molti fallimenti, ai quali poi si cerca di trovare soluzioni fantasiose e quasi mai attinenti al caso.

Dovrebbe adesso apparire più chiaro il senso legato all’efficacia simbolica della cura. Nell’allenamento, e, non fatemi passare per un ingenuo, al di fuori del contesto doping, la parola, la comunicazione funziona come cura, come terapia.

Il coach somministra la scheda, ma per far sì che essa funzioni al meglio, si rivelano fondamentali tutti i correlati di ascolto, fiducia, presa in carico delle eventuali problematiche che un allievo, un atleta possono possedere.

Si fa un gran dire che i campioni non abbiano bisogno di queste cose, che siano in grado di trovare le risposte dentro sé, di estrapolare le motivazioni necessarie e sufficienti nel proprio io.

In realtà non è proprio così, almeno, non sempre è così.

La letteratura disponibile elenca infinità di atleti di livello che posti di fronte ad un programma, eseguito con questo o con quel coach ottengono risultati differenti e contraddittori. Non solo. Moltissimi grandi atleti sempre più fanno ricorso ad una figura terza, uno in grado di ascoltarli, un motivatore, se volete.

Perché non comprenderne l’importanza e con un minimo sforzo, non imparare a fare l’uno e l’altro?

Resta fondamentale il rispetto dei ruoli.

Un coach deve essere guardato con rispetto, ma deve essere in grado di guadagnarselo: se un allievo mette in discussione tutto, ma proprio tutto, direi che l’errore sia talmente grande da richiedere un’operazione di ars maieutica… Si tratta inoltre di comprendere se la relazione debba essere coachcentrata o atleta-centrata.

Credo che la soluzione ottimale sarebbe quella di scendere a parziale compromesso, e navigare in una più proficua ambivalenza. Perché alla fine, perdere un rapporto di lavoro, che spesso con il tempo può diventare amicizia, sia l’errore più grave nel quale si possa inciampare.


UN CONSIGLIO

Ricordate: un farmaco e la parola sono sostanzialmente sovrapponibili.

Tutta la magia e la religione si basano sulla parola. Religione e magia si sono rivelate, spesso, solamente un altro modo di intendere la medicina, il percorso di cura, e la guarigione. Nell’allenamento può essere la stessa cosa, ci possiamo servire della parola e del testo per comunicare in maniera vincente. Diventiamo i dottori di questa sub-cultura, non è difficile.

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